Lui & Lei
Il vecchio e il mare
02.05.2026 |
128 |
13
"Stetti lì qualche secondo a osservare quello spazio vuoto e silenzioso e quando lo vidi arrivare dal fondo del corridoio ebbi un sussulto..."
Il vecchio e il mareDa tempo non uscivo con qualcuno. Forse un anno o più. Non mi andava di scegliere con chi farlo. I pretendenti erano troppi e inutilmente insistenti su ogni social. Ero selettiva ma sceglievo male. Sempre il caso umano. Ma ormai tutti paiono essere casi irrisolti. La virtualità mi era ormai indigesta. Sempre gli stessi approcci, le stesse proposte, la stessa noiosa routine. Avevo vissuto tante fasi della mia vita e ciascuna con un dolore diverso. Intenso, intensissimo... era ora di finirla di struggersi o di annoiarsi. Per qualcuno o per nessuno. Gli amici, in fondo, erano single anche loro e quelli in coppia sembravano più soli di noi, che ormai non eravamo più disposti ad essere in due. In famiglia o in clan. Uno. Solo uno alla volta. Chi con cane, chi con gatto ma in uno. Non di più. Anastetizzato l'impegno di un rapporto, a beneficio della stressante ricerca del "meglio eventuale", mi aveva tolto ogni slancio. Ristagnavo. Mi bastavo. Non mi sentivo sola poiché ero da sempre una solitaria che conviveva magnificamente con se stessa; mi mancava, però, qualcosa di semplice: il mio riflesso in un'altra persona. Mi mancava sapere degli effetti che facevo su un'altra persona e se quegli effetti fossero gli stessi di un tempo. "La tua pelle è velluto e profuma di buono. I tuoi capelli mi fanno impazzire. Ogni giorno penso alla tua figa che mi inebria al solo pensiero. Tutto è solo attesa di tuffarmi tra le tue gambe che si annodano sulla mia schiena". Cose che avevo sentito diverse volte e che avevo dato per scontato, ora mi mancavano. Il mio unico desiderio era tornare a quello. Pelle a pelle, occhi negli occhi. Me ne andai al mare. Era aprile e la spiaggia, già selvaggia di suo, era deserta. Passeggiavo e pensavo a quante più volte fossi stata sola rispetto a quelle in cui avevo avuto qualcuno al mio fianco, per più di un mese, almeno. Avevo sposato l'idea che non mi meritasse più alcuno ma alla fine chi merita chi? In base a cosa? Fisicità? Censo? Titolo di studio? Che coglionata sentirsi meritati o meritevoli. Alla fine dei miei ragionamenti e al netto di essi, quel giorno avrei potuto scegliere nella mischia. A caso. Qualcuno da sedurre per il mero gusto di farlo. Senza una reale attrazione. Poco lontano, sul molo, seduti equidistanti, una decina di pescatori. Vecchi. Consumati dal tempo e dal mare. Mi avvicinai. Tra essi uno abbastanza piacente. Scuro di carnagione e con la pelle vissuta ma non troppo. I capelli e la barba bianchi. In testa un cappello color sabbia, mosso dal vento. Una sorta di capitan Findus che pescava sul molo, seduto su una sedia di paglia sfondata che pareva volersi arrendere definitivamente sotto il peso di quell'uomo elegante anche nei piccoli gesti, che sembrava non accorgersi della mia presenza osservante. Mi piaceva come lanciava l'esca o come slamava la bocca dei pesci. Stetti in silenzio a guardare il suo rituale di pesca, diverso da quello degli altri.
Tornai in hotel. Avevo prenotato una stanza che dava sulla spiaggia grigia e da cui gli spruzzi di mare, misti a pioggerella primaverile, rigavano le vetrate della mia camera. Tolsi il costume. Le mie tette umide e appesantite sgusciarono via e sotto, proprio lì, ero bagnata. Non so per quale motivo mi sentissi eccitata ma lo ero. Passai una mano sulle grandi labbra. Erano colme di gel trasparente e sabbia che graffiava la pelle rosa e rugosa della mia vulva, aperta e viscida come un'ostrica. Feci una doccia toccandomi un po' ma mantenendo l'eccitazione. Uscii dal bagno con una strana frenesia di sesso e una incredibile voglia di pesce. Indossai un vestito turchese con grandi fiori neri e dei sandali bassi. Lasciai i capelli sciolti, bagnati e profumati di mandorla non mi truccai. Sul viso spalmai una crema idratante dal profumo di fresie e gelsomino. Nella hall sentii gli sguardi del personale aderirmi addosso come una guaina. Mi guardavano perché ero una delle prime ospiti di stagione probabilmente, o perché avessero notato i miei capezzoli duri sotto il tessuto leggero dell'abito!? Nella grande sala da pranzo vi erano alcune coppie di tedeschi che parlavano ad alta voce attorno al buffet degli antipasti e lontano, in fondo all'angolo più remoto, lui. Proprio lui, capitan Findus. Ci scambiammo qualche occhiata furtiva tra un'impepata di cozze sua e un'orata con patate e pomodorini, mia. E poi un'altra tra salmone e guazzetti vari. Prolungammo le portate guardandoci fissi come fosse una gara a chi ad oltranza non si saziasse del cibo, e, meno ancora, della situazione intrigante. Alla fine giocai sporco. Sotto il tavolo aprii le gambe. I lembi del vestito sfioravano i polpacci. Non indossavo nulla. Né costume né mutandine. Al mare sono sempre un po' troppo libera o semplicemente un po' più troia. Guardava fisso sotto il tavolo orientando gli occhi azzurri all'incrocio delle cosce. Puntava la mia figa come una nave il faro per orientarsi durante la tempesta. Nessuno si accorse di cosa stesse succedendo. Un maremoto di sensi ben nascosti da gesti consueti. Mi pulii la bocca con il tovagliolo. Ero piena. Proseguire mi avrebbe tolto forza e lucidità. Mi alzai di scatto e attraversando la sala con sinuosa camminata da femmina, andai via. Senza una parola o un'ultima occhiata. Il gioco era finito. Chiamai l'ascensore. Dal sesto piano ci mise un'eternità ad arrivare al piano terra. Ne scesero altri tedeschi borbottanti nella loro lingua. La meno erotica del mondo, per me. Entrai. Era vuoto. Lo specchio dinanzi a me riflesse una figura in piedi, invece dietro di me. Il pescatore, elegantissimo nella camicia blu immacolata, nonostante avesse avidamente succhiato le cozze e i cannolicchi al gratin solo pochi minuti prima. La porta d'acciaio si chiuse dietro di lui con fragore metallico. Lui dietro di me si appoggiò appena. Sentii un brivido lungo la schiena. Ero imbarazzata. Il gioco a tavola era andato un po' oltre. Forse non era il tipo da cose così. In fondo non lo ero nemmeno io. Mille pensieri mi frullavano in testa quando vidi partire il suo braccio dallo specchio e la sua mano abbronzata sfiorare un mio capezzolo. Lo sfiorò appena. Non dissi niente. Non disse niente. Entrai nella mia camera aprendo di fretta. Lui proseguì lungo il corridoio. Accennando un saluto con la testa.
Queste cose succedono solo nei film. Pensai. Sto immaginando!? Conoscersi, attrarsi e finire al letto. Ma non ci eravamo conosciuti. Nemmeno presentati. E forse neanche attratti. A me piacciono i giovani perché sono belli, sodi, prestanti. Mi piace la loro forza, la loro energia anche se quasi mai mi eccitano come quel vecchio, al mare e lì, in un luogo pubblico molto signorile e discreto dove inopportuno sarebbe apparso ciò che avevo fatto. Sentivo un misto di vergogna e voglia di essere posseduta. Sarebbe bastato poco a farmi venire perché ero mentalmente presa. In modo del tutto diverso da come succede con un giovane amante. L'esperienza è più eccitante di una pelle perfetta? Il saperci fare ti fa tremare più di un trapanare deciso e costante? La risposta, quella sera, era senza dubbio: sì!
Mi lavai accuratamente i denti e feci di nuovo la doccia. Mi sentivo puzzare di pesce. E nuda mi sdraiai sul letto. Era passata circa mezz'ora dal mio rientro in camera. Accesi la TV e mi misi a guardare un canale turco, poi uno francese, uno spagnolo. Tutti distrattamente. Ogni tanto mi accarezzavo i capezzoli ingranditi dal caldo umido della stanza. Non avevo sonno. Affatto. Erano appena le 22.30 quando qualcuno bussò alla porta. Una cameriera mi portava, champagne, fragole e panna. Con un biglietto: la tua fragola mi piace molto! Firmato Il vecchio pescatore. Wow, che figata. Il tizio sapeva davvero come muoversi. Non era il solito tipo da: che ne dici se ti offro un caffè? Scontato. No no, il vecchio sapeva il fatto suo. Iniziai a bere e a gustarmi le grandi fragole zuccherine, fra l'altro, di stagione. Tutto azzeccato.
Aprii la porta senza che nessuno avesse bussato. Il mio corpo era avvolto dal lenzuolo bianco del letto. Stetti lì qualche secondo a osservare quello spazio vuoto e silenzioso e quando lo vidi arrivare dal fondo del corridoio ebbi un sussulto. Rientrai subito ma mi aveva vista. La porta non fece in tempo a richiudersi che il vecchio era dentro con una valigetta di cuoio. Gli porsi un calice di champagne. Allungò il braccio, lo prese e lo portò alla bocca. La prima volta che ascoltai la sua voce, la prima cosa che mi disse fu: girati. Obbedii e mi misi sollevata sul letto con il fondoschiena rivolto verso di lui. Non tolse subito il lenzuolo. Iniziò ad accarezzarmi le natiche e poi a schiaffeggiarle. Sempre più forte. Poi tolse il lenzuolo e versò lo champagne sul mio buco stretto. Le gocce colavano anche sulla figa già bagnatissima di suo. Si spogliò e allungandosi sulla schiena mi sussurro all'orecchio: a cosa vuoi giocare? Alla principessa e il principe, alla paziente e il dottore o alla troia e il pescatore? "Scegli tu!", risposi con voce bassa. "Va bene, scelgo io! Girati, troia" disse con voce calma e maschia. Mi hai fatto eccitare come un maiale con la tua fragola in vista... avevo il cazzo durissimo. Ora ti dovrei punire per questo. "Oh, sì, puniscimi, dai" esclamai. "Apri le gambe che ora lì in mezzo ti ci metto quello che ci deve andare. Prima però devo assaggiarla". Tuffò il viso sulla figa e iniziò a leccarla con lingua piatta, morbidissima e calda. Leccava tutto intorno, il clitoride, l'inguine mentre con le mani mi strizzava i capezzoli sempre più forte. "Ora ti prendo all'amo", esclamò e dalla valigetta estrasse due pinzette nere di plastica. "Guarda come faccio abboccare i capezzoli". Il dolore era sopportabile e il piacere mi faceva schiumare. "Guarda questa tua fragola come si apre. Vuole essere succhiata. Ora te la apro per bene come una cozza" e dalla valigetta trasse fuori due oggetti a forma di pesce. Aprì con le due mani le piccole labbra e uno lo spinse lì. Era di materiale squamoso che graffiava e dava piacere. Una sorta di piccolo rombo di gomma che mi riempiva tutta. "E questo va qui, disse ficcandomi una specie di polpo di vetro come plug anale". Ero ad un punto dal venire. Cosa che con grande maestria seppe rimandare più volte. "Ti piace essere trattata da troia, eh. Ora io mi tratterò da porco. Ti sfilo tutto perché sei ben larga. E indovina di cosa ti riempio? Chiese. "Una, due, tre, quattro... Uhm... ne entrano tante...". Mi riempì la figa di fragole e ci versò sopra dello champagne. Dopodiché. "Ora ho voglia di frullarti!" esclamò. Tenendo le gambe prima strette strette e poi aprendole al massimo, mi buttò dentro il cazzo, duro e largo. Il succo di fragola colava fuori fino al buco del culo e lì stazionava. Venimmo insieme in un mare di panna. Il giorno dopo alla reception trovai in un libro "Il vecchio e il mare" un biglietto da visita: dott. Luca De Renzi, ginecologo, Roma... lo chiamai sere dopo. E altre e altre ancora. E ancora oggi puntualmente, la nostra marmellata di fragole ci viene buonissima.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il vecchio e il mare:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
